IO, Mancini Francesco... Io, Mancini Francesco...Paolo, degno rappresentante del fatidico frutto della vergogna e dell’ignoranza di un paese, nato, indipendentemente dalla mia volontà, a Roma da madre Atinate, nella notte di Ferragosto, sotto il segno del Leone... A oggi mentre scrivo, un pò diroccato ma in campana… vivente, pittante vigilante e attento. Metto il naso fuori nel millenovecentoquarantatre, il quattordici di Agosto. Appena sfornato… nemmeno il tempo di piangere, tento disperatamente di rientrare nell’utero di mia madre... sconvolto da chissà quale visione. Ho la testa quadrata: cervello in più o encefalitico? Comunque un complesso. I primi soldi miei, in più, li adopero per acquistarmi un cappello. Ho sedici anni. Da subito iniziano a fioccare i casini… Mio padre, come un vero U.F.O. non si farà mai  intercettare, pur razzolando nei dipressi, sul pianeta. Tutta colpa sua, di mamma, di  tutti e due, di nessuno… del fato o... dubbio feroce: vuoi vedere che è stata la mia! Forse non dovevo nascergli... Credo l’abbiate capito. Vi sareste risparmiate tutte le cavolate della mia Divina traggedia: il secondo me, ironicamente, dissacrante… dove immagino, pensando ad alta voce,  in alcuni casi, di interpretare presuntuosamente il vostro, variegatissimo secondo voi. A otto mesi vengo portato in un paesino sperduto della Ciociaria: Boville Ernica. Qui vengo allattato e allevato da  una famiglia di contadini, pastori, con vitello annuale all’ingrasso. Ivi, dopo un attimo di smarrimento, causa il cambio di tetta, in verità troppo repentino… acquisto due fratelli di latte Tommasino e Armando e una sorella di nome Viola. La mia prima infanzia deve essere stata non  bellissima… perché non la ricordo. Mi chiamavano il figlio del tedesco, per la forma cranica e i capelli biondi. La famosa zia di Roma, dopo quattro anni di segretezza assoluta,  si rivela poi essere la mia vera madre, la quale mi si riprende per portarmi  in un posto, dove, mi disse, c’erano tanti bambini con cui giocare. Troppi, duemila: era l’orfanatrofio di San Giuseppe. Pareva Matausen, (tradotto in italienisc )  tutti pelati e vestiti uguali. Da puliti sprizzavamo dai panni profumo di liscivia, poi si incaricava il sudore  il piscio e la cacca a  ripersonalizzarci tutti. Assolviamo le incolpevoli suore dalla critica di annullamento di identità: Pane al pane, i poveri ebrei e le feroci SS lì non centrano. E’ qui che ebbe inizio la mia avventura di bambino prodigio. Non so nemmeno scrivere che detto poesie e racconti ad un mio compagno più grande. Una di queste viene pubblicata, credo, sul Corrierino dei piccoli o altro giornaletto fac-simile, avevo cinque anni. E’ l’unica cosa che ricordo ancora a memoria e non riesco a spiegarmi il perché... Non ne ho mai avuta… Recitava così: “Spunta l’alba in sul mattino / nella più profonda quiete / e sul ramo di un abete / va cantando un uccellino. / Canta lieto ed è beato / perché pure a lui il Signore / ha donato un picciol cuore / che poi porse nel Creato.” Vi sembrerà una stronzata, non storcete per gentilezza il naso, potrebbe rimanere in “cotal guisa” e i rifacimenti dal chirurgo plastico costano. Forse nell’inconscio quell’uccelletto ero io, o almeno era quello il mio segreto desio. Per la storia del genio letterario tutti mi volevano adottare come figlio. Speravo di entrare in una famiglia ripiena di giocattoli con la carica a molla. Ero sempre schierato in fila con altri per un eventuale adottamento. A tre a tre, posizionati tipo anatre migranti in volo.  “Questo è il poeta…” ricordo, diceva la monaca, come fosse oggi, era l’inizio della litania… Mia madre vi si oppose sempre, magari solo per via telefonica, perché, pur lavorando a Roma, in cinque anni, venne  solo nove volte a trovarmi. Si faceva sostituire da un’amica. Vergogna, pigrizia? Mancanza di vero amore materno… o altro. Non è vero che la sofferenza rafforza… a volte le persone deboli vengono annientate e mamma un pò frastornata, dalle necessità impellenti, lo era. Rimorsi accumulati giorno dopo giorno, forse un pò di tutto, chissà… Oggi credo che la mia nascita sia stata per lei un bel trauma! Se quei casini li avessi avuti nel  tempo attuale, sarei  divenuto un  serio, vero campione mondiale di depressione! Pensa te, se in mezzo a noi ci fosse capitato un bambino con tutti e due i genitori, credo avremmo assistito alla venuta  sulla terra di un alieno. Materiale umano per psichiatri e psicologi in cerca di lavoro, un fottio! I miei racconti piacevano alle suore, ma loro non piacevano a me. Per combattere la noia e per spirito d’avventura, una sera, durante l'ora della preghiera organizzo la fuga dal collegio, siamo in tre: io, Ricci e Bernola Pietro. Venimmo  subito ripresi: botte da orbi, lenzuola piene di piscio sulla testa, nell’ora della refezione come castigo. Quel puzzo non è mai andato via dalle mie narici, anche oggi che ho perduto l’olfatto riesco a sentirlo. Prometto loro tutto… anche di farmi prete.  Poi  come ogni cosa, tutto passa. Mi comunico per un anno, ogni giorno, fatico a sentirmi un santo. Divento, che dico bravo, bravissimo. Imparo la vita di San Francesco di Sales a memoria, non mi capacito ancora oggi il perché. Tifo per Santa Maria Goretti. Le suore si  rimangiano tutti i giudizi negativi, sparati sul mio conto. Un solo disegnino, come un trapano, ogni tanto di quel periodo mi torna in mente: è un pupazzo che con arco e freccia mira al Sole! Sa che risate si sarà fatto il Padreterno? Le mie preghiere imparate a memoria, penso non siano mai arrivate fino alle sue orecchie… erano tremendamente fasulle… Invento il primo presepe mobile a trazione animale, cioè privo di corrente. Sotto i pastori, fatti con la carta stropicciata e "mal dipinta", ci metto dei  scarafaggi legati con il filo nero... era importante che non si vedesse. Ci guadagnavo una biglia scheggiata di vetro, per farlo vedere per cinque minuti ai miei compagni. Non riuscii a riempire nemmeno il saccheto che mi ero cucito da me. Esistono sulla terra le spie, anche fra i bambini. Anche alle suore era inizialmente piaciuto. Rimasero sbalordite. Poi quando si ripresero e  scoprirono le bestie di sotto,  legate con il filo nero, mi dettero un fracco di botte.  Bastava  toccare una pecorella, o sfiorare un pastore, che si spostavano tutte correndo come treni! Un solo difetto: san Giuseppe non stava mai fermo vicino alla madonna, andava sempre per i cavoli suoi… forse per la storia dell’angelo. Rammento suor Amanda: “Non si trattano così gli animali!”,  urlò e mi schiacciò il bacarozzo, con il suo piedazzo, sotto il naso. Dio un miracolo comunque lo fece, mandandomi via di là. Venni trasferito al Borgo ragazzi Don Bosco… di Don Biavati, per quella cosa di Francesco di Sales! Un signor collegio, alla periferia di Roma, sulla Prenestina, famoso per la  borgata del “Gobbo”, il Quarticciolo, le Marane, le fogne dei poveri. Dalla puzza la notte anche le stelle disertavano la zona: si ammucchiavano tutte sopra Cinecittà.  Cancello aperto per quelli che volevano andarsene, non c’era più gusto nemmeno a scappare! Che l’avessero già saputo? Bello! Era tutto un campo sportivo: quei preti avevano capito perfettamente una cosa: i giovani amano solo e sopratutto giocare! Bando al tristume, fra scuola e Laboratoro c’era sempre qualcosa di primario da fare subito dopo l’ultima che avevi portato a termine. Morte alla noia. Viva i preti, quelli veri! Gioco al pallone, studio pochissimo, sfruttando al massimo la mia favolosa intelligenza segreta, che si rivelerà in seguito un arma micidiale. Era il mio solo, unico dono. Se ne accorse anche mia madre, perché una volta in parlatorio me lo disse... “Devi ringraziare Dio che sei venuto così”, “Fra…io non sono intelligente come te”. Credo da allora cominciai a volergli un pò più bene… senza allargarmi troppo ovviamente. Comunque, nessuno si accorse mai veramente di me.   Soltanto l’ultimo giorno, dopo cinque anni, di stupendo, indisturbato anonimato, a parte le poesie, leggo il mio discorso d’addio al collegio, nel convegno di Frascati, in teatro. Mi consideravano il migliore nell’istituto riguardo ai temi, avevo una straordinaria fantasia, sorvolando sugli gli “orrori di punteggiatura, d’ortografia... Ero solito buttare giù… poi il prof. correggeva, inchiodandomi su un voto merdoso. Quella volta non accadde, perché tutta la creazione si era svolta nottetempo. Ero un notturno. Otto pagine, incorrette, una cosa forte, vera, spassionata e controcorrente. Il Cardinale, un certo Monsignor Montini, zompa sul palco a stringermi la mano e mi fa un bel complimento : “Bravo, sei stato vero, sincero. Si capisce che nessuno te l’ha corretto, mi disse, hai molta fantasia, fai attenzione a non cambiare…ma sii prudente”. Diventerà un giorno Papa Paolo VI. Don Biavati, per tutto il tempo della mia esibizione “ filosofica”, con lo sguardo cercava di incrociare quello del mio professore d’Italiano. Don Meneghini si era eclissato! Si sentiva, credo, con la coscienza zozza. Altro che la vendetta di Catilina. Si vendicherà quel sant’uomo, appioppandomi  un fioretto terrificante  prima del congedo: pecca sempre per eccesso di fiducia verso il tuo prossimo. Fu la mia condanna a vivere. Non l’ho mai tradito. Penso che il Monsignore, futuro pontefice, assiso fra gli angeli, non sarà magari troppo contento di questo mio nuovo scritto... o  forse si, mi era parso, dall'aria che emanava, fosse molto intelligente, profondo e arguto. A parte quel... compagni, compagni... del mio discorso, ogni volta che andavo a capo... ricordo… per tutto il tempo se la rise, divertito. Un pò meno quando con sicumera, calcai la mano sul fatto che a messa la domenica, una volta usciti da quella galassia, non ci sarebbe mai più tornato nessuno… L’avevo notato in quei cinque anni… rare presenze. Esco dal collegio. La prima settimana, ogni mattina  vado sul lavoro e vi torno la sera per riposare. Poi dal nido spicco il volo… All’ottavo giorno, sono sotto una palazzina di Centocelle a cercarmi  un lettino, solo per dormire. Costava diecimila lire al mese, ne guadagnavo come apprendista diciotto, arrivavo a venticinque con i straordinari. Scoprii che tutto fuori costava dei soldi e che l’unica cosa da fare era procurarseli onestamente. Avevo compiuto da poco sedici anni e mia madre che doveva venire a prendermi, non si era fatta viva. Ero veramente solo, perché avevo annullato in me, anche il desiderio di un genitore! Ero diventato indifferente a questa cosa. Mi creerà problemi, solo più in la, nei miei rapporti con la mia famiglia, con i miei stessi figli. Inizio a lavorare come falegname nella ditta Capasso: scartavetro  incollo e lucido mobiletti per la televisione con il Poliester. Prodotto nuovo, nocivo, ma non fu quello il problema, mi fu anzi economica-mente d’aiuto. Di certo era un veleno, in cambio guadagnavo per la nocività tremila lire in più al mese e una bella bottiglia di latte al giorno: era la mia proteica, goduriosa colazione… Mi sentivo un invidiato... un quasi ricco! Grazie Sindacati… Dopo un pò eliminarono anche l’apprendistato, veniva considerato uno sfruttamento dei padroni. Alla fine dopo quarant’anni, compresi che i soli veri padroni erano loro riguardo quello sport lì. Si dovrebbe ripristinare per i soli ladri del popolo, politicamente autorizzati, l'efferato rito del taglio delle mani. Che stupenda emozione: vivevo mantenendomi da me! Finalmente mi rintraccia mia madre, che mi fa cambiare alloggiamento. Vado a stare in una signorile pensione di Ballerine e mignotte di passo. Persone fantastiche, ognuna con una sua particolarissima vita. Tutte molto straordinarie come vissuto, ma ognuna con un comune denominatore: un amore andato a male. Il frigo per congelare questo tipo di prodotto, non lo hanno ancora inventato... vediamo in futuro di farli andare… bene. Da lì compresi che per non soffrire nella vita dovevo cercare di non innamorarmi mai di qualcuna in modo estremo, particolare… Ci sono riuscito, grazie anche alla mia terribile timidezza, schivando tutte le donne del pianeta, tradendole con l’unica amante incapace di incornarmi, la PITTURA! Non sono mai stato un gay, ero un normale anche se non troppo. Capii che questa era la mia vera scuola, il luogo, dove, evento dopo evento dovevo completare la mia formazione. Non avevo bisogno di girare più di tanto. Tutte le situazioni più allucinanti e assurde, grazie anche ai Napoletani residenti fissi della Pensione, impossibilitati, poveracci, perfino ad andarsene, perché non avevano mai i soldi per saldare il conto... Le sfighe di questi signori, me le ritrovavo tutte, anch’io, appiccicate addosso, senza cercarle, così imparavo in fretta. La scuola Napoletana dell’infanzia, anche la più scassata è sempre la migliore  del mondo… fidatevi. Imparai a sorridere delle mie disgrazie, a sdrammatizzare… Li svezza e li mantiene svegli, da subito. Questi pargoli , bisogna poi ritoglierli  in tempo, da quei marosi sempre in subbuglio, prima che deraglino, e poi riportarli veloci verso lidi, possibilmente situati al Nord  e farli studiare tutti da avvocati, principi  o semplici marchesi di qualche FORO. Sono di quelli che  appena si svegliano la mattina, non riescono a stare fermi e buoni, debbono sempre fare un qualcosa, qualsiasi cosa. Trovavo piacere solo nel pensare. Vivevo astratto, fabbricandomi di volta in volta dei sogni irrealizzabili, perché così mi ritrovavo sempre lì pronta la scusa se non ce la facevo. E’ stato il mio antidepressivo per eccellenza… ne faccio dono al mondo. Avvenne lì, la prima sterzata della mia esistenza. Una signorina, ragazza veramente “Madre”, aveva comperato a suo figlio una scatola di colori ad olio per dipingere… Dall’espressione di lui si era visto subito che non gliene fregava più di tanto. Era deluso, si aspettava un bel giocattolo. Si mise a frignare… assistevo alla scena senza respirare. Quei colori, credevo aspettassero me. Me lo sentivo dentro. Io ero davanti a lei immobile in attesa del fato. Lei incavolatissima con il figlio, vistomi nei paraggi, senza pensarci un secondo, me li  scaraventò ai piedi... li presi al volo e non li mollai più. Non avevo mai avuto nella mia breve esistenza, la sensazione di avere una cosa così preziosa nelle mani. Iniziai subito. Non potevo deludermi… Una pittrice dilettante... maestra di VITA... notturna, m’insegnò le prime cosine: come fare un disegno e andarci poi su con il colore senza coprirlo del tutto. Mi allenò a sfumare con gli stracci, non potevo permettermi in quel momento dei pennelli, fu quella la mia vera fortuna: stracci e dita e guanti di pelle. Anche le cose che ci accadono nella vita vanno sfumate, se lo farai usando un pezzo di stoffa su dei quadretti, vedrai ti verranno meglio. Era come vedere un mondo con gli occhi socchiusi. Quella prima lezione non la scorderò più. Così, come la sua rosa, materializzatasi nel piatto con lo stik del rossetto. Le ballerine mi stavano attorno a guardare, mentre cercavo di tirare fuori un naso, una bocca… un accidenti di qualcosa, da quel  cartone telato, maledettamente bianco. L’invidia è la compagna  fuorviante della nostra vita, grazie alla pittura non l’ebbi mai a provare più per alcuno, ora su questa terra, per la prima volta non mi sentivo più solo! Scrivevo poesie bruttissime e dipingevo da cane (cucciolo ovvio), ero convinto di avere tutto. Imparai francescanamente l’arte dell’umiltà che sfoggiavo però soltanto quando la persona che avevo davanti non se la tirava troppo,  altrimenti come tutti mi travestivo da iena! Siamo tutti un pò dei travestiti… anche se usiamo farlo ogni tanto. Mai tentare di elevarsi eccessivamente, su questa “zolla” si mettono in difficoltà troppe persone porta iella e finisci con lo stare sul culo. Tutti gli occhi che mi osservavano, quando me la pittavo, erano antipaticamente ipercritici, questo, solitamente quando appartenevano a persone colte, gli altri no: sorrisi, complimenti, incoraggiamenti. Un universo diviso in due. Che lezione di filosofia! Scelsi i secondi. Un maestro di scuola, momentaneamente sprovvisto di cattedra, mi trovò bravo, non nel colorare, quanto nell’insistere. Tutti si raccomandavano di non dirlo, era sospettato di pedofilia, ma non  per questo si doveva sentire in dovere di fare con me, il surrogato di Socrate… Non lo cagavo di striscio. Mi dette però coraggio dicendomi: “pittori non si nasce, ci si muore”. Poi incontrai il mio Lorenzo dei Medici in Esposito Imposimato, commerciante di tutto quello che gli capitava a tiro, con pagamenti super rateizzati ....al venduto e sparizioni prolungate al momento della dolorosa, il saldo. In altro capitolo narrerò altri particolari. Venni mal pagato, ma senza di lui non sarei qui a fare il genio del secolo! Nella pensione incontrai i miei primi clienti collezionisti, del tipo: “che bello, me lo regali?” Passano tre anni, il mio benefattore, con la moglie che l'aveva beccato con un altra, se ne era tornato a Napoli e in un impeto di generosità mi aveva dato una dritta: dipingere per strada. FU’LA MIA FORTUNA! Sarà la mia sistemazione definitiva, cambierà il mio destino! Grazie Esposito, grazie a quella perduta, macchiettistica Napoli. Ero un giorno a Colle Oppio, protetto da un chiosco, a menarmela con i colori e stavo cancellando un quadro venuto uno schifo, quando un reverendo incuriosito si fermò a guardarmi. Si era piantonato dietro le mie spalle. Non mi mollava un attimo…respirava assieme a me. Intimidito, rallentai l’operazione. Cancellavo il dipinto piano, piano, pareva quasi che stessi commettendo un delitto. “Ma è bellissimo, questo è chiarismo, quasi urlò, ma lei è un genio!” Gli regalai quella cosa che per me era una emerita stronzata, riposi la roba e me ne tornai in pensione, felice e confuso come non mai. Poi ripensandoci, mi rivenne in mente l’entusiasmo di quel tipo e la parola Chiarismo! Mi documentai sui movimenti pittorici. Mi accorsi che non esisteva solo il Caravaggio, Leonardo, Raffaello, ce ne erano un casino di altri e tutti bravissimi. Sconosciutissimi come me. Potevo cominciare a sperare. Mai impallinare subito l’ombra di una illusoria speranza, facciamo che si materializzi  in un qualche cavolo di modo... cacchio! Fu un altra svolta. UN GENIO! Era la prima volta che quella parola, veniva spedita a muà . Voi non avete la più pallida idea di quanto sia bello sentirselo dire. Sono nato sotto il segno del leone, mi dovete perdonare. Anche il complimento più fasullo a me pareva si dovesse ritenere meritato o perlomeno andava tenuto in debita considerazione. Imparai a cancellare i miei quadri e divenni un Artista…. … Un meraviglioso Chiarista. Roma mi parve subito troppo stretta e troppo solare. E’ una bestia di città che non puoi guardare standotene con gli occhi socchiusi... devi tenerli bene aperti, rischi di finire sotto un tram. Io l’amavo e riuscivo a vederla bene solo quando potevo comprarmi un maritozzo con la panna strabordante, fra un mozzico e un altro… era di un bello. Anche i tramonti mi venivano meglio a “panza piena”. Avevo però bisogno di nebbia, di “ soffuso”, ascoltai i consigli di un amico ed emigrai a Torino, una stupenda città. Imparai cosa volesse dire Terun, Cerea madamin, Boia faus. Lì feci la mia prima mostra e fu incredibilmente un grande successo. Ricordo quel giorno, come fosse adesso. L'assalto ai vassoi delle pizzette fatte dalla Gianna. Poi la nebbia riprese il sopravvento, ma ero diventato un pittore vero, un essere capace di guardare e vedere anche senza gli occhi di falco che mi ritrovavo. Avevo imparato a guardare una periferia con gli occhi socchiusi alla Ciarls Bronson… e senza fatica a sbatterla su una superfice… la più economica possibile, tipo sulle piastrelle del cesso. Quando erano rimaste poche e disassortite, negli appositi negozi, te le tiravano dietro a un tubo. Ci mettevo un pò di olio di lino, ci sputavo dentro e le umettavo bene, evitando che il tutto mi colasse. Usavo il colore puro così come usciva dal tubetto, era il mio piccolo segreto. Tutto troppo bello per poter durare! Ma un pò durò, come il freddo che gelava i coglioni dentro i mutandoni di lana…quella di cascame di Prato, ovvio.
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